Tourneur e Leopardi:

Il giardino dello zombie

Su Jacques Tourneur (1904-1977), regista di fama, per lo più legata a classici horror, basteranno poche parole: in rete si trova quanto basta per avere una conoscenza di base della sua biografia e del suo cinema, e alla rete rimando senz’altro. Mi limito ad accennare, e non se ne può proprio far a meno, al suo Il bacio della pantera, locandina.celeberrimo Il bacio della pantera (Cat people, USA, 1942; a destra la locandina, tratta da Wikipedia), che ricordo d’aver visto la prima volta in televisione tanti anni fa, e ancora mi chiedo come abbia fatto a passare le maglie della censura d’allora. Ma la risposta è forse ovvia: era così indaffarata a non far vedere ciò che si vedeva, che non ha fatto caso a un film ove al contrario ciò che conta è proprio quel che non si vede, che a dirla schietta è molto più inquietante e alla lettera, obscaenum (‘fuori scena’), di quel che i sensi vedono.

Comunque sia, qui verrò ad accennare a un altro film di Tourneur, Ho camminato con uno zombie (I walked with a zombie, USA, 1943), che ho visto in tempi molto più recenti. E che, pur anticipando un filone oggi abbastanza sfruttato, e contenente scene ambiguamente esotiche ed inquietanti, sembra inferiore al precedente. D’altro canto non è mia competenza, né mia intenzione valutare il film: altri lo sa far meglio ed a loro ci si può rivolgere con maggior profitto. Quel che a noi interessa è solo una breve scena verso l’inizio, quando la protagonista Betsy Connell, sulla nave che la porta in viaggio di lavoro verso i Caraibi, guardando il mare e l’orizzonte rimane estasiata dallo spettacolo che la natura le presenta. Ma i suoi pensieri vengono interrotti dall’enigmatico marito della donna che lei, infermiera,  dovrà poi assistere.

Tutto sommato un breve dialogo, denso e allusivamente oscuro, ma che, per quel che riguarda questo sito, ha di che lasciar attonito il lettore leopardiano che non si è fermato ai Canti e alle Operette. Non ho sottomano la versione italiana del film, per cui ne riporto lo stralcio in lingua originale, salvo di seguito tradurlo, con l’avvertenza che la mia conoscenza della lingua inglese è quel che è.

 

«It was all just as I had imagined it. I looked at those great glowing stars. I felt the warm wind on my cheek. I breathed deep and every bit of me inside myself said: "How beautiful."

— It’s not beautiful!

— You read my thoughts, Mr. Holland.

— It’s easy enough to read the thoughts of a newcomer. Everything seems beautiful because you don’t understand. Those flying fish... they are not leaping for joy. They’re jumping in terror. Bigger fish want to eat them. That luminous water... it takes its gleam from millions of tiny dead bodies. The glitter of putrescence. There’s no beauty here, only death and decay.

— You can’t really believe that.

— Everything good dies here, even the stars».

 

Ovvero:

 

«Era tutto come l’avevo immaginato: Guardavo brillare le grandi stelle, sentivo il caldo alito del vento sul viso e respiravo profondo, mentre ogni parte di me mi diceva: «meraviglioso».

— Non è affatto meraviglioso.

— Mr. Holland! Voi mi leggete nel pensiero!

— È molto facile leggere il pensiero di chi è nuovo a questi spettacoli. Ogni cosa vi sembra bellissima perché non la conoscete. Quei pesci volanti non stan saltellando di gioia: sobbalzano di terrore, per sfuggire alla voracità dei pesci più grossi. Quell’acqua fosforescente deve il suo luccichio a milioni di minuscoli corpi senza più vita. Il loro scintillio è quello della putredine. Non vi è bellezza qui, solo morte e decomposizione.

— Non potete credere veramente a ciò che dite!

— Ogni cosa bella muore qui, anche le stelle».

 

Fotogramma del film Ho camminato con uno zombie

I walked with a zombie, fotogramma.

 

*    *    *

 

Queste realistiche e poco pietose meditazioni sulla vita son state scritte dopo 117 anni da che Leopardi aveva immortalato, nello Zibaldone, la sua visione del tradizionale locus amoenus, ovvero il bel giardino mediterraneo ricco e risplendente di colori, fertile di piante e di fiori. E in comune col Leopardi Tourneur ha il ribaltamento, portato alle estreme conseguenze, del tradizionale spettacolo della natura, spettacolo che i campi lunghissimi del cinema ci han rifilato in mille e mille salse più o meno rifritte, e spesso – molto spesso – fini a se stesse. Il brano di Leopardi può leggersi in qualsiasi edizione dello Zibaldone, alle pp. 4175 ss. Il grande Binni, nella sua edizione delle opere leopardiane, così lo chiosa (vol. I, p. LXXXVI): «Questo è il “giardino” di Leopardi, e il lettore farà bene a non dimenticarselo più»:

Hieronymous Bosch,il giardino delle delizie

 

Hieronymous Bosch, pannello di sinistra del trittico Il giardino delle delizie (Madrid, Museo del Prado)

«Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. [4176] Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri [4177] sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere. (Bologna. 22. Aprile 1826)».

 

Chi fosse interessato a approfondire il passo leopardiano: ho trovato in rete [21 febbraio 2012] una bella lettura, con decente commento, a cura di Andrea Cortellessa, critico letterario italiano, storico della letteratura e professore associato all'Università Roma Tre, dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea e Letterature Comparate. È in formato video, della durata di oltre sette minuti: Lo “Zibaldone” di Leopardi: lettura de “Il giardino del dolore” - Scuola online e lezioni - Oilproject

 


 

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