Monaldo

Monaldo Leopardi: Memoriale

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Testo tratto da Il monarca delle Indie. Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo Leopardi, a cura di Graziella Pulce, introduzione di Giorgio Manganelli, Adelphi edizioni, ritratto di Monaldo L. Milano, 1988, pp. 303-308. Cfr. Carteggio inedito di varii con Giacomo Leopardi con lettere che lo riguardano, a cura di G. e R. Bresciano, Rosenberg & Sellier, Torino 1935, pp. 478-482. Il Memoriale venne scritto da Monaldo in risposta alla lettera del 18 luglio 1837 di Antonio Ranieri, che, in previsione della pubblicazione completa delle opere approvate di Giacomo Leopardi presso l’editore Baudry di Parigi (edizione che poi sfumò, per motivi che qui non fa conto indagare), volendo premettervi la biografia del Poeta, scriveva al Conte: «Ella deve avere ancora la bontà di darmi una notizia esatta di tutto ciò che può essere importante a chi deve scrivere una vita compiuta di Giacomo; della sua nascita, che non vorrei avere sbagliata, de’ suoi primi anni, de’ suoi primi studi, de’ maestri, delle inclinazioni, degli spassi, delle gioie, de’ dolori, delle infermità, del modo di vita, delle varie partenze e ritorni, di tutto infine quello ch’ella può credere utile di farmi conoscere, e che troppo sarebbe lungo ad annoverarle capo per capo». Al di là dell’indubbio interesse del Memoriale, vanno segnalate le sue strane concordanze e analogie con vari passi dei bistrattati e famigerati Sette anni di sodalizio del Ranieri. Ne vengono confermati, soprattutto, certi comportamenti idiosincratici di Giacomo, quali, tanto per far un esempio, l’esagerato scrupolo nel seguir le prescrizioni mediche o paramediche, salvo poi abbandonarle repentinamente.

Si tenga presente che lezioni come adì, trè, fù, oscillazioni come roma, Roma, il frequente segno di uguale (in realtà due lineette sovrapposte, con funzione di separazione o evidenziazione, ma non sempre chiara) ecc. paiono essere effettivamente nel testo, e sono comunque proprie dell’uso monaldiano. Salve, naturalmente, ulteriori sviste di chi scrive. Il ritratto di Monaldo, infine, è ripreso da Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti, con giunta di cose inedite o rare, edizione curata sugli autografi da Giuseppe Piergili, e corredata dei ritratti di Giacomo e de’ genitori, Firenze, Successori Le Monnier, 1878. Dei tre ritratti (Giacomo, Monaldo, Adelaide Antici) questo è il meno ignobile.

Per una trattazione più approfondita, con criteri più marcatamente filologici e con ricco commento, si veda la versione PDF. Ora riveduto e corretto, nel testo e nel commento, in edizione critico-diplomatica basata sull’autografo napoletano, nei miei novelli Appunti leopardiani, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2019, pp. 83-99.

 

Lettera memoriale di Monaldo Leopardi ad Antonio Ranieri

(fine luglio, 1837)

 

Il mio amatissimo Giacomo nacque alli 29 di giugno del 1798 trè ore dopo il mezzo dì = Fu battezzato nel giorno appresso. Padrini il Marchese Filippo Antici padre di mia moglie, e la Marchesa Virginia Mosca di Pesaro mia madre. Gli diedi i nomi di Giacomo Taldegardo, rinnovando col primo il nome di mio Padre, con l’altro quello di un antichissimo di famiglia.

Da bambino fu docilissimo, amabilissimo, ma sempre di una fantasia tanto calda apprensiva e vivace, che molte volte ebbi gravi timori di vederlo trascendere fuori di mente = Mentre aveva 3 o quattro anni si diedero qui le missioni; e i missionarii nei fervorini notturni erano accompagnati da alcuni confrati vestiti col sacco nero e col cappuccio sopra la testa. Li vidde e ne restò così spaventato che per più settimane non poteva dormire, e diceva sempre di temere i bruttacci. Noi tememmo allora molto per la sua salute, e per la sua mente.

Nella quadragesima del 1804 ebbe una forte ammalatia infiammatoria di petto, da cui però dopo il corso ordinario guarì. Successivamente, ancorché non mostrasse mai robustezza, in casa non è stato mai un giorno in letto. Era sommamente inclinato alla divozione; e pochissimo dato ai solazzi puerili, si divertiva solo molto impegnatamene con l’altarino. Voleva sempre ascoltare molte messe, e chiamava felice quel giorno in cui aveva potuto udirne di più.

Una volta all’età di circa 14 anni soggiacque al travaglio degli scrupoli, e tanto esageratamente che temeva di camminare per non mettere il piede sopra la croce nella congiunzione dei mattoni.

Un’altra volta dandosi a pensare sul modo di respirare, avvertiva che non poteva farlo liberamente, e anche questa fù una grande tribolazione per noi.

Maggiore e più lunga fù alli suoi 16 overo 17. anni, in cui pensando e sottilizando sull’atto dell’orinare, non lo faceva più naturalmente e indeliberatamente come facciamo tutti gli atti animali, e non ci era più modo che potesse emettere le urine senza incredibili stenti. Passeggiava delle ore per distrarsi, e rubbare a se stesso qualche momento di inavvertenza, ed io medesimo procuravo di accompagnarlo e divagarlo, provando un affanno incredibile per questa sua infermità puramente mentale. Poi, dopo lungo tempo, passò.

Gli fu detto che giovava alla salute prendere un poco di sole nel capo, e voleva passare le ore intiere al giardino, col capo scoperto, sotto i più gravi ardori del sole. Gli fù insegnato di gettarsi un poco di acqua fresca negli occhj per fortificarli. Si scamiciava; prendeva due catini, uno alla destra, un altro alla sinistra, e durava un’ora a gettarsi negli occhj due torrenti. Recedeva però da queste pratiche quando io lo distoglievo perché con me era docile, e si arrendeva alle mie ragioni, e alle miei preghiere. Intorno alli suoi pasti le ho di già scritto.

Lo instruì fino agli anni 9 di età il mio istesso istitutore Signor Don Giuseppe Torres ex gesuita americano di vera croce, ma questo degnissimo sacerdote era già vecchio e infermo. Nel 1807 presi in casa il Signor D. Sebastiano Sanchini sacerdote di Mondaino diocesi di Rimino, il quale ammaestrò Giacomo e il suo minore fratello Carlo fino alli 20 di Luglio del 1812, in cui diedero ambedue pubblico sperimento di filosofia, come vedrà dalla stampa*. In quel giorno finirono gli studii scolastici di Giacomo (allora di anni 14) perché il precettore non aveva più altro da insegnargli.

Datosi a studiare del tutto solo, imparò la lingua greca senza nessun soccorso di voce umana, e coi soli libri che io gli provedevo a sua richiesta, oltre quelli che già avevo nella mia biblioteca. Così imparò la lingua ebraica, nella quale scriveva correntemente, e credo la sapesse assai bene. Una volta vennero a parlare con lui di lingua e di libri alcuni Ebrei di Ancona i quali si davano per dotti, e quantunque io non intendessi il linguaggio, mi accorsi bene che egli ne sapeva assai più di loro. Così pure senza nessun ajuto imparò la lingua francese, la spagnuola e l’inglese.

Nella età delli 15 anni si diede a comporre una voluminosa istoria della Astronomia, della quale però non si trovò contento in età più matura. Ce ne resta in casa il voluminoso manoscritto, lo troverà ella segnato nella notarella che formerà la mia Paolina (ei è[1] = ha circa 600 pag.e = Finito nel 1813).

Il primo libro in cui Egli venne nominato fù un’operetta dell’Abbate Cancellieri sugli uomini di grande ingegno e memoria, e sui celebri smemorati, «Roma, Bourlié, 1815». In essa si parla di alcuni lavori del mio caro GiacomoDissertazione di Francesco Cancellieri, p. 88, e se ella non ha il libro del Cancellieri le manderò la copia di questo articolo - Stà alla pag.a 87 = All’età di 21 anno desiderando di viaggiare, e non arrischiandosi a dirmelo, usò con me una piccola astuzia. Scrisse çome di intesa mia ad un mio amico in Macerata (il Conte Xaverio Broglio) pregandolo di prendergli nell’Uffizio Governativo della provincia un passaporto per l’estero. L’amico mandò inavvertentemente il passaporto a mè, cui riuscì inaspettata la domanda. del figlio. Io gli consegnai il passaporto lasciandolo in piena sua. libertà, ma gli feci considerare che, per buone ragioni, il suo viaggio in quel tempo non mi pareva opportuno. Egli mi aderì docilmente, e non se ne fece altro discorso. Ciò fù nell’agosto del 1819.

Alli 18 di novembre del 1822 partì di quà col mio consenso per Roma, dove si trattenne alquanti mesi in casa del mio cognato e suo zio, Marchese Carlo Antici. Ritornò a casa nei primi giorni di maggio del 1823. Le annetto copia di due paragrafi scrittimi da roma in quel tempo, i quali potranno esserle di qualche interesse. .

Trovandosi qua lontano quasi affatto da ogni uomo di sapere e di ingegno si sentiva involontariamente scontento, e nel suo isolamento lo affligevano assai più del solito la sua malinconia abituale e le sue apprensioni sulla salute. Una sera di Luglio 1825 (credo alli 14) mentre prendevamo il caffè, mi disse che aveva senza dubbio un qualche vizio organico e gli restavano pochi mesi o giorni da vivere. Lo confortai convenientemente, lo assicurai sopra i suoi allarmi, e sopratutto lo consigliai ad uscire di casa e passeggiare, cosa che non faceva da più mesi. Immediatamente prese il cappello, uscì, e passeggiò due ore. Tornato a casa, mi disse che stava meglio e mi chiese licenza di andare a Bologna e a Milano, dove il tipografo Stella, ed altri lo desideravano per certe imprese letterarie. Due giorni dopo partì, e parmi fosse alli 16. di Luglio. Da Bologna mi scrisse più volte che stava benissimo di salute, e mangiava come un Lupo. Partì di Bologna alli 27 di Luglio, e viaggiò direttamente a Milano. Alla sua dimora in Bologna si riferisce la lettera del Cardinale della Somaglia, Segretario di Stato, di cui le annetto copia.

Ho dimenticato di dire che mentre stette in Roma corse voce che il Governo, overo il Cardinale Consalvi allora Segretario di Stato, gli offrissero alcune prelature ed egli le ricusasse. lo non credo però che gli venisse fatta nessuna offerta speciale, ma non dubito che entrando in prelatura a spesa della famiglia avrebbe di poi ottenuto per parte del Governo la meritata considerazione. Allora però egli non pensava a quello stato, ancorché nudrisse il pensiero di considerarlo ad età più inoltrata, come forse accennerò successivamente.

Partì da Milano alli 26 di ottobre, e arrivò alli 29 a Bologna, dove si trattenne circa dodici mesi. Nei primi giorni di agosto del 1826 dette una scorsa a Ravenna da dove ritornò in pochi giorni a Bologna. Partì di là alli 3 di novembre del 1826, e fermatosi pochi giorni nei luoghi della Romagna, arrivò a casa alli 12 del mese istesso.

Nel giorno 23 aprile del 1827, partì nuovamente di Casa per Bologna, dove arrivò alli 26. Partì di Bologna alli 20 di giugno, e arrivò a Firenze nel giorno appresso. Di là alla fine del novembre si recò a Pisa, e vi restò fino alli 9 di giugno del 1828, in cui ripartì per Firenze.

Partì da Firenze alli 10 di novembre del 1828, e alli 16 arrivò a casa, da dove ripartì per Bologna alli 30 di Aprile del 1830 = lo lo viddi, quasi di trafugo e senza abbracciarlo, la sera dei 29, perché, il cuore non mi reggeva alla partenza, e lo viddi per l’ultima volta. Alli 3 di maggio arrivò a Bologna; ne ripartì alli 9, arrivando a Firenze il 10** = Da Firenze passò a Roma arrivandovi adì ... 1831, e ne ripartì alli 17 di marzo del 1832, arrivando nuovamente a Firenze alli 22 detto = Tutto ciò che riguarda il tratto successivo è più noto a Lei che a me =

Quando era in casa si levava di buon’ora e studiava tutta la mattina, poi buona parte del giorno. Poi passeggiava due o trè ore di seguito, su e giù dentro una sala, e per qualche ora all’oscuro. Io lo chiamavo Malco ed egli ne rideva. Finito il passeggio all’un’ora dopo l’Ave Maria, si metteva a sedere circondato dai suoi Fratelli , e con essi conversava amichevolmente un pajo di ore; indi si ritirava, e quando poteva tornava allo studio.

Levate quelle due ore era ordinariamente silenzioso; mai però burbero e scortese, e quando se gli dirigeva il discorso o rispondeva con brevi e cortesi parole, o pur sorrideva.

Alla mensa siedeva vicino a me, ed aspettava che se gli mettesse la vivanda nel piatto, non volendo incomodarsi a prenderla; e neppure voleva il fastidio di tagliarla col coltello. Toccava a me il tagliare a minuto le sue vivande, altrimenti le stracciava con la sola forchetta, overo impazientito le ripudiava. Non sò dire quante forchette rompesse per quella sua avversione all’uso del cortello = Nell’ultima sua dimora qui mangiò sempre divisamente come già ho scritto in altra lettera. Amava molto il dolce e con una libbra di zucchero condiva solamente sei tazze di caffè.

 

 

* La stampa della conclusione o disputa la manderò sotto fascia in fogli separati e scuciti, per non accrescere la spesa.

**Mi scrisse da Firenze adì 5 Settembre senza parlarmi di prossimo viaggio = Poi mi scrisse da Roma alli 2 di dicembre dopo esservi stato 15 giorni in letto. Mi mancano, o non rinvengo, le lettere intermedie.

 

 

[1] «ei è» è probabile svista dell’ed. 1988. Bresciano legge «ci è», anch’esso un po’ strano, ma sicuramente meno illogico.

 

 


 

La pagina a stampa riprodotta è la 88 della Dissertazione di Francesco Cancellieri intorno agli uomini dotati di gran memoria ed a quelli divenuti smemorati ecc, Roma, Bourliè,1815, ove, per la prima volta in un libro edito, veniva nominato ed elogiato pubblicamente Giacomo Leopardi (Cancellieri ne tratta alle pp. 87-90).

 

 

© 23-02/2010—> 01.07.2019