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Note leopardiane

 

Questa operetta, composta dal 22 al 25 febbraio del 1824, non ha trovato benevola accoglienza nelle pagine dei critici, in quanto la satira contenutavi si rivela un po’ meccanica, e astratta da quella reali esperienze di vita da cui sola può nascere vera poesia. Essa è invece stata parzialmente rivalutata dalla critica più recente (Rigoni, Galimberti ecc.), che ne ha riconosciuto l’importanza strutturale nell’economia generale delle Operette, e non ha potuto far a meno di notare gli addentellati con tematiche di molti anni posteriori o addirittura recenti. A dir il vero, a me sembra che la presenza di queste tematiche sia discretamente generica, e più che anticipare motivi quali il progressivo disumanamento dell’uomo la sua alienazione ecc., l’operetta sia un po’ troppo ligia a idee e situazioni settecentesche, di stampo illuminista, e ossequiente alla poderosa cultura classica e letteraria del poeta, che si perde, specie nel finale, in un accumulo di citazioni quasi fini a se stesse. Naturalmente riviste con la solita intelligenza e il buon gusto di cui Leopardi non mancava mai, e all’interno di linee guida, quali il falso mito del progresso, la vacuità della vita, la donna “ideale” che avevan già dato e ancora daranno, e in gran copia, frutti ben altrimenti maturi. Ma alla fin fine mi sembra che i critici di ascendenza crociana, in questo caso, non abbiano travisato più di tanto. L’operetta è senz’altro acuta, e anche lungimirante; ma, tutto sommato, un pochino fredda e artificiosa. Testo secondo il solito Besomi.

 

PROPOSTA DI PREMI

FATTA

DALL’ACCADEMIA DEI SILLOGRAFI.

 

L’Accademia dei Sillografi1 attendendo di continuo, secondo il suo principale instituto, a procurare con ogni suo sforzo l’utilità comune, e stimando niuna cosa essere più conforme a questo proposito che aiutare e promuovere gli andamenti e le inclinazioni

 

Del fortunato secolo in cui siamo,

 

come dice un poeta illustre2; ha tolto a considerare diligentemente le qualità e l’indole del nostro tempo, e dopo lungo e maturo esame si è risoluta di poterlo chiamare l’età delle macchine, non solo perchè gli uomini di oggidì procedono e vivono forse più meccanicamente di tutti i passati, ma eziandio per rispetto al grandissimo numero delle macchine inventate di fresco ed accomodate o che si vanno tutto giorno trovando ed accomodando a tanti e così vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine, si può dire, trattano le cose umane e fanno le opere della vita. Del che la detta Accademia prende sommo piacere, non tanto per le comodità manifeste che ne risultano, quanto per due considerazioni che ella giudica essere importantissime, quantunque comunemente non avvertite. L’una si è che ella confida dovere in successo di tempo gli uffici e gli usi delle macchine venire a comprendere oltre che le cose materiali, anche le spirituali; onde nella guisa che per virtù di esse macchine siamo già liberi e sicuri dalle offese dei fulmini e delle grandini3, e da molti simili mali e spaventi, così di mano in mano si abbiano a ritrovare, per modo di esempio (e facciasi grazia alla novità dei nomi), qualche parainvidia, qualche paracalunnie o paraperfidia o parafrodi, qualche filo di salute o altro ingegno che ci scampi dall’egoismo, dal predominio della mediocrità, dalla prospera fortuna degl’insensati, de’ ribaldi e de’ vili, dall’universale noncuranza e dalla miseria de’ saggi, de’ costumati e de’ magnanimi, e dagli altri sì fatti incomodi, i quali da parecchi secoli in qua sono meno possibili a distornare che già non furono gli effetti dei fulmini e delle grandini. L’altra cagione e la principale si è che disperando la miglior parte dei filosofi di potersi mai curare i difetti del genere umano, i quali, come si crede, sono assai maggiori e in più numero che le virtù; e tenendosi per certo che sia piuttosto possibile di rifarlo del tutto in una nuova stampa, o di sostituire in suo luogo un altro, che di emendarlo; perciò l’Accademia dei Sillografi reputa essere espedientissimo che gli uomini si rimuovano dai negozi della vita il più che si possa, e che a poco a poco dieno luogo, sottentrando le macchine in loro scambio. E deliberata di concorrere con ogni suo potere al progresso di questo nuovo ordine delle cose, propone per ora tre premi a quelli che troveranno le tre macchine infrascritte.

L’intento della prima sarà di fare le parti e la persona di un amico4, il quale non biasimi e non motteggi l’amico assente; non lasci di sostenerlo quando l’oda riprendere o porre in giuoco; non anteponga la fama di acuto e di mordace, e l’ottenere il riso degli uomini, al debito dell’amicizia; non divulghi, o per altro effetto o per aver materia da favellare o da ostentarsi, il segreto commessogli; non si prevalga della familiarità e della confidenza dell’amico a soppiantarlo e soprammontarlo più facilmente; non porti invidia ai vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e di ovviare o di riparare a’ suoi danni, e sia pronto alle sue domande e a’ suoi bisogni, altrimenti che in parole. Circa le altre cose nel comporre questo automato si avrà l’occhio ai trattati di Cicerone5 e della Marchesa di Lambert sopra l’amicizia. L’Accademia pensa che l’invenzione di questa così fatta macchina non debba essere giudicata nè impossibile, nè anche oltre modo difficile, atteso che, lasciando da parte gli automati del Regiomontano6, del Vaucanson7 e di altri, e quello che in Londra disegnava figure e ritratti, e scriveva quanto gli era dettato da chiunque si fosse8; più d’una macchina si è veduta che giocava agli scacchi per se medesima9. Ora a giudizio di molti savi, la vita umana è un giuoco, ed alcuni affermano che ella è cosa ancora più lieve, e che tra le altre, la forma del giuoco degli scacchi10 è più secondo ragione, e i casi più prudentemente ordinati che non sono quelli di essa vita. La quale oltre a ciò, per detto di Pindaro, non essendo cosa di più sostanza che un sogno di un’ombra11, ben debbe esserne capace la veglia di un automato. Quanto alla favella, pare che non si possa volgere in dubbio che gli uomini abbiano facoltà di comunicarla alle macchine che essi formano, conoscendosi questa cosa da vari esempi, e in particolare da ciò che si legge della statua di Mennone12 e della testa fabbricata da Alberto magno, la quale era sì loquace, che perciò san Tommaso di Aquino, venutagli in odio, la ruppe. E se il pappagallo di Nevers (6), con tutto che fosse una bestiolina, sapeva rispondere e favellare a proposito13, quanto maggiormente è da credere che possa fare questi medesimi effetti una macchina immaginata dalla mente dell’uomo e construtta dalle sue mani; la quale già non debbe essere così linguacciuta come il pappagallo di Nevers ed altri simili che si veggono e odono tutto giorno, nè come la testa fatta da Alberto magno, non le convenendo infastidire l’amico e muoverlo a fracassarla14. L’inventore di questa macchina riporterà in premio una medaglia d’oro di quattrocento zecchini di peso, la quale da una banda rappresenterà le immagini di Pilade e di Oreste15, dall’altra il nome del premiato col titolo: PRIMO VERIFICATORE DELLE FAVOLE ANTICHE16.

La seconda macchina vuol essere un uomo artificiale a vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e magnanime. L’Accademia reputa che i vapori, poichè altro mezzo non pare che vi si trovi, debbano essere di profitto a infervorare un semovente e indirizzarlo agli esercizi della virtù e della gloria. Quegli che intraprenderà di fare questa macchina, vegga i poemi e i romanzi, secondo i quali si dovrà governare circa le qualità e le operazioni che si richieggono a questo automato17. Il premio sarà una medaglia d’oro di quattrocento cinquanta zecchini di peso, stampatavi in sul ritto qualche immaginazione significativa della età d’oro e in sul rovescio il nome dell’inventore della macchina con questo titolo ricavato dalla quarta egloga di Virgilio, QVO FERREA PRIMVM DESINET AC TOTO SVRGET GENS AVREA MVNDO.

La terza macchina debbe essere disposta a fare gli uffici di una donna conforme a quella immaginata, parte dal conte Baldassar Castiglione, il quale descrisse il suo concetto nel libro del Cortegiano18, parte da altri, i quali ne ragionarono in vari scritti che si troveranno senza fatica, e si avranno a consultare e seguire, come eziandio quello del Conte. Nè anche l’invenzione di questa macchina dovrà parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando pensino che Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che fosse la miglior donna che sia stata insino al presente. Assegnasi all’autore di questa macchina una medaglia d’oro in peso di cinquecento zecchini, in sulla quale sarà figurata da una faccia l’araba fenice del Metastasio19 posata sopra una pianta di specie europea, dall’altra parte sarà scritto il nome del premiato col titolo: INVENTORE DELLE DONNE FEDELI E DELLA FELICITÀ CONIUGALE.

L’Accademia ha decretato che alle spese che occorreranno per questi premi, suppliscasi con quanto fu ritrovato nella sacchetta di Diogene20, stato segretario di essa Accademia, o con uno dei tre asini d’oro che furono di tre Accademici sillografi, cioè a dire di Apuleio, del Firenzuola e del Macchiavelli; tutte le quali robe pervennero ai Sillografi per testamento dei suddetti, come si legge nella storia dell’Accademia.

 

 

[IV] PROPOSTA DI PREMI FATTA DALL’ACCADEMIA DEI SILLOGRAFI

6 – Vedi il Vert-vert del Gresset.

 

 

1 – Cfr. Fubini 1964: «sillografi furono chiamati gli scrittori di σίλλοι (specie di poesie burlesche e satiriche) di cui il più noto è Timone di Fliunte (vissuto nel III sec. av. Cristo)».Cfr. anche Zib. 4035.

2 – Verso che ha dato non poco da fare ai commentatori, ché solamente in tempi relativamente recenti (merito del grande Binni, negli anni ’60) se ne è individuato l’autore: cioè il Casti, Animali parlanti, XVIII, 106, v. 6; ovvero un autore che ebbe non poca influenza sul Leopardi, a tacer d’altro per il metro della Batracomiomachia. Inutile aggiungere che la citazione anticipa, e per la forma e per il contenuto, le magnifiche sorti e progressive della Ginestra.

3 – Ovvio il richiamo a Beniamino Franklin, inventore del parafulmine. Validi sistemi antigrandine sono invece in uso  da tempi relativamente recenti, ma per lo più per appezzamenti limitati e comunque di relativa efficacia. Cfr. anche Zib., 4199-4200, ove per altro , tratta da Fozio, la menzione di paragrandini e parafulmini sembra scaturire dal Saggio sugli errori popolari degli antichi.

4 – La descrizione del falso amico ricalca da vicino quella di Hor. serm. 1, 4 vv. 81-85: «Ma chi sparla dell’amico assente, chi non lo difende, quando altri l’incolpa, chi provoca le risa sconce degli uditori cercando la fama di spiritoso, chi è capace d’inventar cose non viste, chi non sa mantenere i segreti; questi è un’anima nera, e tu, Romano, da un tipo simile starai in guardia» (trad. Tito Colamarino, Classici UTET).

5 – Ovviamente il Laelius, sive de amicitia. Quanto alla marchesa di Lambert (1647-1733), che tenne ai suoi tempi un salotto frequentato dai più famosi letterati, era scrittrice di opere a sfondo etico, fra le quali un trattato sull’amicizia. Leopardi ne conosceva non superficialmente l’opera, come attestano le molteplici citazioni nello Zibaldone.

6 – Johannes Müller (sec. XV), ricordato dal Leopardi nella Storia della Astronomia, ma anche nella giovanile Dissertazione sopra l’anima dell bestie, proprio per le sue invenzioni meccaniche.

7 – Jacques de Vaucanson, celebre inventore e costruttore di automi nel secolo dei lumi, celebrato nientemeno che da Voltaire.

8Sorry, non so se qualche commentatore ne parli. Pure è intrigante rapportar la frase alle moderne opportunità digitali, nonché alle loro approssimazioni, non di rado ridicole. Fuor di polemica, forse, può aiutarci il grande Edgar Allan Poe nel nel racconto The Thousand-and-Second Tale of Scheherezade (1845), ove parla di un migthy thing in grado di «poter facilmente fare 20.000 copie del Corano in un ora; e con tale e assoluta precisione che, fra tutte quelle copie, non una se ne sarebbe trovata che differisse dall’altra di un capello, fosse pure il capello più sottile» (trad. Nicoletta Rosati Bizzotto). Se è praticamente certo che qui  Edgar alluda alla stampa (che comunque rientra nel repertorio dell’automatismo), e che cito più che altro per farne vedere la ben diversa “modernità” (specie ove si proseguisse nella citazione, ove si allude al cosiddetto “quarto potere” di wellesiana memoria); ancor più calzante è quanto leggo in una bella pagina web sulla storia della riproduzione musicale: «I più celebri e straordinari oggetti di questo genere giunti fino a noi sono quelli di Pierre Jaquet-Droz, costruiti tra il 1768 e il 1774 da questo orologiaio svizzero e dal figlio, oggi visibili al Musée d’Histoire di Neuchatel. Si tratta di tre personaggi, due bambini e una giovane donna. Il primo, chiamato Charles, rappresenta uno scrivano, può scrivere, infatti, un messaggio lungo fino a quaranta lettere, andare a capo, lasciare spazio, intingere la penna d’oca nel calamaio. Il secondo, Henry, detto il disegnatore, può eseguire quattro diversi schizzi a matita: un bambino con una farfalla, un ritratto di Luigi VX, i profili di Giorgio III e della moglie Charlotte di Mecklenberg e, per ultimo, un cagnolino» (http://www.maurograziani.org/text_pages/history/MG_Audio_Crono.html 25-05/10). Poiché Leopardi non cita la fonte, può darsi che essa gli derivasse da tradizione orale. Ma credo che essa non vada cercata molto distante da questa pertinente citazione.

9 – Introdotto dal barone  di Kempelen, l’automa parrebbe essere una mistificazione, prodotta da un uomo di piccola statura che si muoveva opportunamente fra gli ingranaggi della macchina: cfr. il cap. X ad fin. di quella gran “bibbia” scacchistica che è stata, per generazioni di aspiranti giocatori italiani, A. Chicco - G. Porreca, Il libro completo degli scacchi, Milano , Mursia 1959 e edd. segg.; leggo dalla 5a ed., del 1973, p. 48, ove è citato anche il nostro passo (chi voglia una testimonianza quasi coeva può leggersi l’agile Il segreto del famoso automa che giuocava a scacchi, Firenze, Benelli, 1841). Di esso si è anche occupato a più riprese il già menzionato Edgar Poe – scrittore, che pur nell’ovvia diversità, presenta molteplici e strane affinità col mondo delle Operette – fin dal saggio, del 1836, Maelzel’s Chess Player. Premesso che non sono un esperto del grande scrittore americano, anche lui fine lettore e interprete della tradizione classica troppo spesso e a torto confinato da noi nel solo horror, ricordo che l’automa è citato nel già ricordato Scheherezade, e il Kempelen è personaggio, alla ricerca della pietra filosofale, in Von Kempelen and His Discovery (1849). Dell’automa del Kempelen Leopardi potè aver notizia da varie pubblicazioni del tempo; fra le quali non si può omettere la Dissertazione di Francesco Cancellieri sopra gli uomini dotati di gran memoria ecc. Roma, Bourliè, 1815, p. 126 s., se non altro perché il Leopardi sedicenne vi era citato con molto onore, ed era la prima volta, alle pp. 87-90.

10 – Al di là della esile trama della vita, che sembra rimandare a famose pagine scespiriane, va ricordato, anche perché non lo fa nessuno, che lo stesso Leopardi giocava a scacchi, come ci ricordano le galeotte sere del primo incontro con Geltrude Cassi (cfr. Diario del primo amore, ab in.).

11 – Cfr. Zib. 2672: «La vie, disoit Pindare, n’est que le rêve d’une ombre (dal Voyage du jeune Anacharsis del Barthélemy). Life’s but a walking shadow dirà Macbeth.

12 – È nota la storia del colosso di Mémnone, che nell’antichità, al sorgere dell’aurora, sembrava emetter un suono, quasi a lamentare alla madre (Eos) il suo triste destino.

13 – Come annota Leopardi stesso trattasi di poemetto di G.B. Gresset (1709- 1777), scritto nella prima metà del ’700, in seguito tradotto in italiano dall’abate Martinetti. La trama in due parole: Vert-vert, pappagallo educato dalle suore, parla cristiano. In un viaggio fluviale impara lo slang degli scaricatori di porto. La rieducazione gli riuscirà fatale.

14 – Anche di questo parlante «capo di creta» Leopardi raccontava già nella dissertazione sull’anima delle bestie. Esso venne distrutto dall’allievo di Alberto Magno, san Tommaso, che la riteneva opera diabolica. Accusa mille volte data ai trovati della scienza e curiosamente, in piena età dei lumi, anche al “Turco” (così era chiamato il finto automa che giocava a scacchi).

15 – Inutile accennare alla proverbiale amicizia fra i due. Famosa è nel teatro latino, per testimonianza di Cicerone, la scena madre in cui Pilade cercava di sostituirsi al tristo fato di Oreste: “Ego sum Orestes!». Scena ripresa magistralmente al cinema dal grande Kubrick in Spartacus («Io sono Spartaco!» diranno Antonino e gli ex-schiavi, a difendere il loro capo dalla protervia di Crasso).

16 – Petrarca, Trionfo della fama, III, 15: «Primo pittor delle memorie antiche» (cito dall’ed. Longanesi 1976, a cura della Noferi, dell’ed. leopardiana delle Rime).

17 – Nelle edd. precedenti la Starita qui si leggeva: «E notisi che l’Accademia dicendo un uomo a vapore, non vuole intendere che egli sia conforme alla Dea de’ vapori descritta nel penultimo canto del Riccio rapito, della qual condizione v’ha uomini e donne già da gran tempo, e non è bisogno di fabbricarne, oltre che non fanno al proposito dell’Accademia, come apparisce dalle cose sopraddette.». Sulle macchine a vapore, sempre in chiave satirica, il Leopardi ritornerà nella Palinodia.

18 – Lb. III, ove era anche il riferimento a Pigmalione, menzionato subito infra. Mito che il Leopardi ebbe ben presente nella composizione di Alla sua donna: Pigmalione si innamorò della donna ideale che egli stesso aveva scolpito.

19 – «È la fede degli amanti | come l’araba Fenice: | che vi sia, ciascun lo dice; | dove sia nessun lo sa». (Demetrio, atto II, scena III).

20 – Credo sia superfluo ogni commento sulla povertà di Diogene, tanto che l’immagine leopardiana mi sembra un po’ banale. E banalmente erudite mi sembrano anche le segg. citazioni dei tre Asini d’oro di Apuleio, Firenzuola e Machiavelli.

 

 

 

© 06-05/2010—> 04.06.2010